LA CITTÀ DEI RENDERING

Ovvero la città per immagini. Dove però la realtà è e sarà, ci scommettiamo, ben differente.

Nel rendering, infatti, le cose sono solo virtuali e vengono elaborate dai disegni in fotogrammi grazie a un algoritmo matematico.  Serve per rendere l’idea di come potrebbe essere la realtà una volta realizzata.
Ecco perché il rendering è usato soprattutto dai designer e dagli architetti.

Il rendering può essere utile per arredare casa, visitare virtualmente gli ambienti di un appartamento da comprare, muovere gli oggetti da costruire, capire il funzionamento di un prodotto.
È considerato un asso nella manica per convincere i clienti: se quello che si vede piace, si firma subito il contratto. Nel settore eventi poi, è utile per promuovere e location aggiungendo un pizzico di fantasia. Nei videogiochi è necessario per coinvolgere l’utente in una realtà immaginaria di grande impatto.

Ci chiediamo se sia corretto usarlo a dismisura per promuovere i progetti urbanistici di una città come Milano. Oppure, se invece rischia di diventare il mezzo per manipolare la realtà, un’immagine elaborata dal computer che induce il cittadino a credere in quel futuro virtuale.

Guardiamo ai rendering sugli scali ferroviari o su piazzale Loreto. Le costruzioni vengono solo abbozzate, si riempiono gli spazi di disegni di alberelli e di verde, i muri sono trasparenti, le persone belle e felici, sulle strade passano poche auto, però di lusso.

Le parole fanno il resto.

Il progetto dello Scalo di Lambrate, ad esempio, ostenta un maxi-parco, quando in realtà il terreno tra la ferrovia e gli edifici esistenti si riempirà di casermoni, gli alberi verranno piantati a ridosso del muro della ferrovia (tanto lì non si può comunque costruire) e difficilmente creeranno una foresta.

Cosa però ancora più grave, il grande e bello spazio verde in uso da più di 50 anni ai condomini di via San Faustino 61, che lo curano e custodiscono, con alberi, giochi per i bambini, aree relax e di socialità, due porte per giocare a calcio , sarà inghiottito dal nuovo progetto e gli attuali edifici si affacceranno su altri edifici.  

Oppure piazzale Loreto, in cui il progetto vincitore si chiama LOC – Loreto Open Community.

Sul sito del Comune di Milano leggiamo: “ Reinventare Loreto significa valorizzare la piazza come cerniera tra Corso Buenos Aires, viale Monza e via Padova, riorganizzando la viabilità per generare nuovi spazi pedonali di qualità. Si prevede la vendita dell’edificio comunale di via Porpora e la cessione in diritto di superficie degli spazi pubblici da valorizzare, comprese alcune parti dei mezzanini della metropolitana. L’eventuale riassetto dell’area potrà consentire l’edificazione di limitate aree in superficie oggi destinate a viabilità.”

Alla presentazione di questa reinvenzione del piazzale si sprecano le parole profetiche: uno dei progetti che cambiano Milano, un simbolo della città, valorizzazione sociale ed economica, rigenerazione, sostenibilità, spazio per la socialità, alberi, luce e ambiente.

Poi ci sono i rendering. E perfino la realtà virtuale fa fatica a farci vedere quello che non ci può stare. Ci promettono 500 alberi e nel rendering se ne riescono a contare forse un centinaio, ci promettono socialità e verde, ma rimarrà uno snodo automobilistico, con strade a 4 corsie di marcia. E gli utenti, cioè noi cittadini, vengono considerati solo come possibili consumatori di attività commerciali o di servizi a pagamento.

Perché le tredici imprese che si sono messe insieme per realizzare questo progetto, in cui i privati investiranno 65 milioni di Euro, non agiscono certo “pro bono publico”. Ma questa è un’altra storia.

Le immagini di questo articolo sono state prese dalle presentazioni ufficiali dei progetti.

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